PER PENSARE E … NON DIMENTICARE
Desidero condividere con voi un articolo che ho trovato su “Avvenire”. È la riflessione
di una giornalista, Antonella Mariani, sul naufragio di 26 donne successo qualche
settimana fa nel Mediterraneo.
Una, due, tre, quattro… venticinque e ventisei. Ventisei. Tutte ragazze tra i 14 e i 18
anni…, probabilmente nigeriane, morte venerdì scorso nel Mediterraneo. I loro corpi
recuperati da una nave della Marina militare spagnola, intervenuta per salvare i
passeggeri di un gommone semiaffondato.
Perché sono morte solo ragazze? E perché erano radunate in quell’imbarcazione
precaria? E perché tutte così giovani?
Le risposte a queste domande ancora non ci sono. Ci sono ipotesi però, che chi indaga
sta cercando di verificare: forse sono annegate solo loro proprio perché indifese, più
deboli fisicamente e dunque svantaggiate nel momento in cui ciascuno dei naufraghi –
in gran parte uomini – ha provato a salvare la propria vita restando aggrappato come
poteva alle sponde della barca, magari facendosi disperatamente e cinicamente spazio
tra gli altri. Forse era un gruppo di prede destinato alla tratta della carne umana, ed
erano sotto la «custodia» di qualcuno che quando l’acqua ha iniziato a salire le ha
abbandonate a se stesse, senza dar loro una possibilità di sopravvivere. Forse, ancora,
erano indebolite perché già pesantemente provate nel viaggio dalla Nigeria fino alle
coste libiche: violentate e torturate, come ha raccontato una donna sopravvissuta e
sbarcata ieri al porto di Salerno.
Come spesso accade nei naufragi (l’Organizzazione mondiale delle migrazioni in un
rapporto diffuso il primo novembre parla di 111.552 persone approdate in Italia nei primi
10 mesi del 2017 e di 2.639 morti), i corpi delle 26 ragazze non verranno reclamati. Ci
saranno madri e padri e nonni e fratelli che non sapranno più nulla: resteranno congelate
per sempre nei loro 14, 16, 18 anni e le famiglie forse si illuderanno che l’Europa sia
stata madre generosa per le loro bambine.
Non sanno e non sapranno che in tanti, in Italia, non hanno avuto pietà. Nemmeno
davanti al corteo funebre delle 26 bare, i codardi senza cuore, si sono zittiti con l’unico
gesto degno, anche da lontano: il segno della croce. E invece no.
Le cronache sulla morte delle 26 ragazze, diffuse già domenica dalle testate
giornalistiche attraverso i profili social, sono stati sommerse da commenti impietosi. A
chi, come il sindaco di Salerno Vincenzo Natale, turbato, domandava silenzio e
raccoglimento davanti alla tragedia, è stato risposto con decine di post agghiaccianti,
dal «se ne devono andare» al classico «ci rubano il lavoro», …
Quanti animi rimpiccioliti dagli egoismi, dalla superficialità, ristretti dall’incapacità di
cogliere in quelle 26 migranti morte da sole, senza famiglia accanto, senza un nome e
un volto, quell’umanità che ci accomuna tutti.
Ma il deserto di umanità rappresentato da tanti post su Facebook non rispecchia
(fortunatamente) tutta la realtà: perché le ultime vittime del grande esodo africano, in
terra italiana avranno almeno una degna sepoltura. Alcuni Comuni del Salernitano, oltre
al capoluogo, hanno dato disponibilità ad accoglierle nei propri cimiteri: e vorremmo che
almeno lì ciascuna di loro riavesse, se non il proprio, almeno un nome.
E non un freddo numero da 1 a 26.